Skip to content Skip to sidebar Skip to footer

La cura ha un genere?

La “cura” viene spesso considerata nel discorso comune una funzione, o più banalmente un’attitudine, legata alla biologia e associata a un destino che sembra ancora appartenere inevitabilmente al genere femminile. Storicamente questa credenza è stata il perno di una cultura patriarcale dominante che arrivò a definire la cura un saperci fare ad appannaggio esclusivo delle donne.

La funzione della cura in realtà, proprio in quanto funzione, non deriva da alcuna appartenenza ad un genere definito ontologicamente, maschile o femminile che sia, ma è determinata nel suo declinarsi da elementi sia di natura culturale e sociale sia da decisioni inconsce prese soggettivamente.

Anche le attuali ricerche neurofisiologiche in questo campo confermano quanto il cervello possa, grazie alla sua plasticità, essere modificato da differenti fattori non solo ambientali e culturali, ma anche personali. Detto altrimenti, la funzione della cura non deriva da aspetti geneticamente immodificabili e non è definita solo da condizionamenti dati dalla cultura di appartenenza. Le scelte soggettive infatti risultano fondamentali nel prendere o meno una posizione in cui la cura dell’altro è messa al centro della propria esistenza, al di là di qualunque appartenenza di genere.

Queste posizioni, che nascono da scelte spesso inconscie e da verità personali legate al proprio passato, possono avere due destini differenti: da una parte la cura intesa come sacrificio in cui l’altro viene investito dal soggetto del suo bisogno vitale di riconoscimento. Riconoscimento che ci si illude di poter ottenere attraverso il proprio assogettamento alle richieste dell’altro, delegandogli così la responsabilità nel dare un senso alla propria esistenza.

Dall’altra abbiamo invece la cura, includendo in questa definizione anche la “cura del bene comune”, intesa invece come vocazione che può sfociare o meno in una professione o in un modo di vivere generativamente i legami. In questo caso il piacere sta proprio nell’atto stesso della cura, espressione vitale del proprio desiderio soggettivo all’opera.
Qui a prevalere è il riconoscimento della propria e altrui alterità e differenza, senza negare le ombre che agitano il proprio inconscio, respiro e voce della singolarità che abita ognuno di noi.

Leave a comment