Massimo Recalcati, uno dei più rilevanti psicoanalisti ad orientamento lacaniano, ha seguito la strada tracciata da Freud e da Lacan nell’analizzare in modo puntuale il fenomeno dell’inconscio scoperto da Sigmund Freud, il quale lo interpretò come una volontà che risiede nel soggetto e che ne guida i comportamenti al di là della sua volontà razionale.
Recalcati ha dedicato a questo concetto imprescindibile un libro breve e appassionato che si intitola “Elogio dell’incoscio” in cui scrive “dopo Freud vale a mio giudizio la pena di chiedersi che cosa ne sarebbe del mondo senza l’esistenza del soggetto dell’inconscio, senza quella straordinaria possibilità che l’esperienza analitica offre di incontrare la verità del proprio desiderio?”.
In questo senso Recalcati sottolinea lo statuto etico dell’inconscio che esiste non in quanto realtà ontologica, preesistente al soggetto o che coincida con la sua essenza, ma come luogo in cui risiede il suo desiderio più irriducibile, indistruttibile, come lo definisce Recalcati stesso.
L’attenzione che Recalcati focalizza intorno al concetto di inconscio prende la parola dalla sua pratica clinica, dall’ascolto delle nuove forme di disagio contemporaneo.
Il quadro che ne fa emergere è un quadro in cui l’inconscio sembrerebbe non fare più parte del discorso del soggetto preso come è da sintomi quali dipendenze, disturbi alimentari, depressioni, attacchi di panico. Queste forme sintomatiche non rappresentano più come qualche decennio fa un messaggio che necessita di essere decifrato per poter accedere alla parte irriducibile di sé che risiede nell’inconscio, ma sembrerebbero al contrario negarne l’esistenza.
Recalcati, seguendo l’andamento della sintomatologia attraverso cui il disagio psichico attuale si presenta, pone la questione dell’inconscio sostenendo come questi rischi di essere spazzato via o semplicemente di evaporare preso dalle spire di un’epoca in cui sembra non possa esserci più spazio per esso inteso come custode di una verità irriducibile del soggetto.
Come a fine ottocento, in questa epoca ipermoderna ci troviamo a dover porre criticamente in discussione la visione dell’uomo che viene ad emergere. Mentre nell’epoca vittoriana la psicoanalisi ha rappresentato una nuova concezione dell’uomo che desiderava liberarlo dalle catene di istanze ideali che tendevano a colpevolizzare il proprio desiderio, l’epoca ipermoderna è presa tra due fronti contrapposti ma che portano allo stesso disastroso risultato.
Un primo fronte o paradigma è rappresentato dalla visione di un uomo alle prese con il discorso del capitalista in cui il soggetto, spinto a ricercare ossessivamente soddisfazione in ciò che non possiede, è eroso dal continuo desiderio di consumo dell’oggetto, da una ricerca spasmodica di soddisfacimento acefalo che non trova mai pace per cui l’inconscio non esiste più nel suo statuto etico ma è ridotto ad un groviglio pulsione privo di un argine, un limite.
L’imperativo del godimento silenzia il soggetto desiderante, mentre l’altro fronte o se vogliamo, paradigma che domina la nostra epoca è quello di un ritorno preoccupante ad un modello di funzionamento psichico in cui prevale la pulsione securitaria, la pulsione cioè che ritrova nella chiusura, nell’autoconservazione la propria soddisfazione.
In questo caso l’inconscio, lo straniero che ci abita e che parla una lingua difficile da decifrare, viene mandato in esilio, esiliato da un io , da un’idea di sé che fonda nella solidità individuale, nell’arroccamento una risposta rassicurante alla paura di perdere i confini della propria identità. In questo arroccamento non c’è spazio per l’inconscio inteso come qualcosa che travalica il sapere noto del soggetto che lo riguarda.
Tutto ciò che non è riconducibile a questo matema viene sconfessato, svuotato di contenuto. Così facendo la vita però si appassisce, si appiattisce, si diventa tutti terrapiattisti, in fondo. Si crede cioè ad un’esistenza che viaggia ad un’unica dimensione e che perde di sapore..
Ora, quando l’inconscio viene misconosciuto come luogo elettivo della propria intima verità, significa anche spegnere ciò che rendeva in qualche modo la vita desiderabile.
Ed è qui, in questo punto che la psicoanalisi, secondo Recalcati, può tornare ad avere un ruolo perché riporta alla vita con l’inconscio un soggetto capace di desiderare, di farne qualcosa della propria verità che anima le sue istanze più intime, di considerare la propria vita come dotata di un senso.
